C’è un dato che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme, ma che invece continua a scivolare via nell’indifferenza generale: in Piemonte, negli ultimi anni, migliaia di negozi hanno chiuso. Non è una flessione momentanea, non è una crisi passeggera. È una trasformazione profonda, strutturale, che sta svuotando le città, desertificando i centri storici e cambiando radicalmente il tessuto sociale.
Parliamo di bar, alimentari, negozi di abbigliamento, piccole botteghe: attività che non sono solo punti vendita, ma presidi di vita quotidiana, luoghi di relazione, identità dei quartieri. Eppure, uno dopo l’altro, abbassano la serranda. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: vie sempre più spente, vetrine vuote, quartieri che perdono anima.
Il punto è che questo declino non arriva all’improvviso. È il frutto di scelte (e non scelte) precise, di dinamiche economiche note da anni e, soprattutto, di una politica che ha preferito osservare invece di intervenire.
La prima causa, ormai evidente, è l’esplosione dell’e-commerce. Acquistare online è comodo, veloce, spesso più economico. Ma dietro a questa apparente efficienza si nasconde un costo collettivo enorme. Ogni acquisto fatto su una piattaforma globale è un euro che non entra nell’economia locale. È un cliente in meno per il negozio sotto casa, un motivo in più per chiudere. Eppure, mentre le grandi piattaforme crescono, i piccoli commercianti restano soli, senza strumenti reali per competere.
Poi c’è il tema dei costi. Affitti sempre più alti, bollette energetiche fuori controllo, pressione fiscale significativa. Aprire o mantenere un negozio oggi è diventata un’impresa al limite dell’insostenibile. Non basta lavorare bene: bisogna sopravvivere a un sistema che sembra progettato per scoraggiare chi fa impresa sul territorio.
A questo si aggiunge la concorrenza delle grandi catene e dei centri commerciali. Questi poli attraggono clienti con parcheggi, offerte aggressive, orari estesi. Il piccolo negozio, spesso a conduzione familiare, non può reggere questo confronto. Non ha le stesse economie di scala, non ha lo stesso potere contrattuale, non ha la stessa visibilità.
Ma forse il problema più grave è il cambiamento culturale. Abbiamo smesso di considerare il negozio di quartiere come un valore. Abbiamo interiorizzato l’idea che il prezzo più basso sia l’unico criterio di scelta. Così facendo, però, stiamo distruggendo un modello di città fatto di prossimità, relazioni e sicurezza. Perché dove chiudono i negozi, spesso aumentano degrado e insicurezza.
E allora la domanda è inevitabile: cosa si può fare?
La risposta non è semplice, ma esiste. E passa da una presa di coscienza collettiva e da scelte politiche concrete.
Non è accettabile che un piccolo negozio di quartiere abbia lo stesso carico fiscale di una grande multinazionale che vende online. Bisogna ridurre le tasse locali per chi mantiene viva la rete commerciale di prossimità, incentivando l’apertura e la permanenza delle attività.
Secondo: bisogna intervenire sugli affitti commerciali. In molte città i canoni sono fuori mercato, spesso scollegati dalla reale capacità di guadagno dei negozi. Servono accordi, incentivi o forme di calmierazione che rendano sostenibile tenere aperta un’attività.
Terzo: va sostenuta la digitalizzazione dei piccoli commercianti. Non tutti devono diventare giganti dell’e-commerce, ma tutti devono avere gli strumenti per essere visibili online, comunicare, vendere anche attraverso canali digitali. Qui il ruolo delle istituzioni e delle associazioni di categoria può essere decisivo.
Quarto: serve una strategia urbana. I negozi non sono solo economia, sono anche urbanistica e sicurezza. Un centro storico vivo è un centro storico sicuro. Investire nel commercio significa investire nella qualità della vita.
Infine, c’è un tema che riguarda tutti noi: le scelte quotidiane. Ogni volta che scegliamo dove comprare, stiamo decidendo che tipo di città vogliamo. Se premiamo solo il prezzo più basso, non possiamo poi lamentarci delle serrande abbassate sotto casa.
Il Piemonte non è ancora un territorio desertificato, ma il rischio è concreto. Continuare a ignorarlo sarebbe un errore grave. Perché quando l’ultimo negozio chiude, non perdiamo solo un’attività economica. Perdiamo un pezzo di comunità.
E a quel punto, riaprirlo sarà molto più difficile che salvarlo oggi.