L’Italia è davvero la quarta potenza dell’export mondiale? I numeri raccontano una storia più interessante - Piemonte Impresa

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lunedì 10 agosto 2026

L’Italia è davvero la quarta potenza dell’export mondiale? I numeri raccontano una storia più interessante

 

L’Italia è diventata il quarto esportatore mondiale di merci, superando il Giappone. Un risultato importante, ma che va letto senza slogan: dietro il record dell’export ci sono farmaceutica, meccanica, agroalimentare e una manifattura capace di competere sui mercati globali. Ma anche fragilità strutturali che il successo dell’export non cancella.


Per molto tempo l’Italia ha raccontato se stessa attraverso una parola: declino. Una definizione diventata quasi automatica per descrivere un’economia caratterizzata da bassa crescita, produttività stagnante, invecchiamento demografico e difficoltà nel valorizzare pienamente il proprio capitale umano.


Eppure, mentre il dibattito pubblico insisteva sui problemi strutturali del Paese, una parte dell’economia italiana continuava a fare quello che sa fare meglio: produrre e vendere nel mondo.


Il 2025 ha fornito un dato difficile da ignorare. L’Italia ha raggiunto 643,2 miliardi di euro di esportazioni di merci, il valore più elevato mai registrato. E, nel corso dell’anno, ha superato il Giappone, collocandosi al quarto posto mondiale tra gli esportatori di merci, alle spalle di Cina, Stati Uniti e Germania.




Il risultato è significativo. Ma proprio perché è significativo merita di essere raccontato senza trasformarlo in uno slogan.

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Un record storico, ma non una crescita dell’8,5%

Il primo dato da mettere in ordine è quello relativo alla crescita.

Nel 2025 l’export italiano è cresciuto del 3,3% rispetto all’anno precedente, arrivando a 643,2 miliardi di euro. Non dell’8,5%, come è stato riportato in alcune ricostruzioni circolate online.

La differenza non è marginale: il +3,3% è il dato corretto da utilizzare quando si parla della crescita annuale dell’export italiano.

Il risultato rimane comunque importante perché arriva in un contesto internazionale tutt’altro che semplice, caratterizzato da tensioni geopolitiche, rallentamento di alcuni mercati, politiche protezionistiche e introduzione di nuovi dazi.

Il saldo commerciale italiano ha inoltre raggiunto circa 50,7 miliardi di euro, confermando la capacità della manifattura nazionale di generare valore sui mercati esteri.

È quindi possibile sostenere che l’Italia abbia un problema di competitività? Sì, in alcuni ambiti. È possibile sostenere che la manifattura italiana sia ormai marginale? I numeri dell’export dicono esattamente il contrario.

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Il sorpasso del Giappone

Il dato più simbolico è forse quello relativo al Giappone.

Nel 2025 l’Italia ha superato il Paese asiatico nella graduatoria mondiale degli esportatori di merci, diventando quarta al mondo.

La classifica è dominata dalla Cina, seguita dagli Stati Uniti e dalla Germania. L’Italia si trova immediatamente dietro questi tre giganti.

È importante però non trasformare questa classifica in qualcosa che non è. Essere il quarto esportatore mondiale non significa essere la quarta economia mondiale né la quarta «potenza commerciale» in senso assoluto. La graduatoria riguarda infatti le esportazioni di merci.

Ma il risultato rimane notevole: un Paese con una popolazione e un PIL molto inferiori rispetto a Cina, Stati Uniti e Germania riesce a collocarsi stabilmente ai vertici mondiali per capacità esportatrice.

È uno degli elementi che rendono l'economia italiana molto più complessa di quanto suggerisca la narrazione del declino.

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La farmaceutica cambia la geografia dell’export

Uno dei protagonisti della crescita è la farmaceutica.

Nel 2025 l’export del settore ha superato i 69 miliardi di euro, con una crescita nell’ordine del 28% rispetto all’anno precedente.

È un dato impressionante, ma richiede una precisazione importante. Non tutto ciò che viene prodotto ed esportato in Italia appartiene a imprese italiane. Il settore farmaceutico comprende infatti una significativa presenza di grandi gruppi multinazionali che hanno scelto l’Italia come base produttiva.

Ed è proprio questo un elemento interessante per una riflessione sul futuro dell’economia.

L’export non misura soltanto la nazionalità dell’impresa: misura anche la capacità di un territorio di attrarre investimenti, impianti, competenze e produzioni destinate ai mercati internazionali.

In altre parole, l’Italia non beneficia soltanto del proprio Made in Italy tradizionale. Sta diventando anche una piattaforma produttiva europea in settori ad alto valore aggiunto.

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La forza silenziosa della meccanica

Se la farmaceutica rappresenta una delle novità più evidenti, la meccanica strumentale rappresenta invece una delle grandi conferme della storia industriale italiana.

Le elaborazioni della Fondazione Edison indicano per il comparto un surplus commerciale di circa 44,7 miliardi di euro, che colloca l’Italia ai vertici mondiali, dietro Cina e Germania.

Qui emerge un elemento essenziale per comprendere il modello italiano.

Non si tratta soltanto di grandi aziende riconoscibili dal grande pubblico. Una parte consistente della competitività internazionale italiana è costruita da imprese di dimensione piccola e media, spesso altamente specializzate, inserite in filiere industriali e distretti.

Sono imprese che producono macchine, componenti, sistemi di automazione, apparecchiature e tecnologie destinate a essere integrate nei processi produttivi di altri Paesi.

È il lato meno visibile del Made in Italy.

Il consumatore internazionale riconosce facilmente un prodotto alimentare italiano o un marchio della moda. Molto meno facilmente riconosce la macchina italiana che ha contribuito a produrre un bene venduto dall’altra parte del mondo.

Eppure, dal punto di vista economico, quella macchina può essere altrettanto importante.

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Il «nuovo Made in Italy»

È qui che si inserisce un'altra elaborazione interessante della Fondazione Edison: quella del cosiddetto «nuovo Made in Italy», che comprende settori come farmaceutica, agroalimentare e nautica.

L'aggregato ha prodotto nel 2024 un surplus commerciale di circa 62 miliardi di euro, collocando l’Italia al primo posto mondiale per questo specifico insieme di produzioni.

Il dato viene spesso riproposto come se fosse un risultato del 2025. Non lo è: il riferimento corretto è il 2024.

La sostanza, tuttavia, rimane significativa.

L’Italia sta dimostrando una capacità competitiva che non coincide più soltanto con l’immagine tradizionale del Made in Italy.

Accanto a moda, design, arredamento, alimentare e meccanica tradizionale sono cresciuti comparti tecnologicamente sofisticati e internazionalizzati.

Il Made in Italy, insomma, non è soltanto ciò che viene acquistato dal consumatore finale. È anche ciò che entra nelle catene globali del valore. .


Il caso americano: l’Italia ha resistito ai dazi?

Un altro dato merita attenzione.

Nel 2025 le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7,2%.

Nello stesso periodo, secondo i dati riportati da Reuters sulla base delle statistiche italiane, le esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti sono diminuite del 9,3%, quelle spagnole di circa l’8%, mentre la Francia ha registrato una sostanziale stabilità.

L’Italia è quindi risultata la principale eccezione positiva tra le grandi economie europee.

Ma anche in questo caso è sbagliato trasformare il dato in una conclusione troppo semplice: «l’Italia non ha subito Trump».

Una parte della crescita è stata infatti favorita dal front-loading, cioè dall’anticipo degli acquisti da parte delle imprese americane in previsione dell’entrata in vigore dei dazi.

Il dato italiano resta comunque interessante perché dimostra che la struttura dell’export nazionale ha mostrato una notevole capacità di adattamento.

La domanda, per le imprese italiane, non è dunque soltanto quanto si esporta oggi negli Stati Uniti.

È quanto questa capacità di diversificazione potrà resistere quando il nuovo quadro tariffario sarà pienamente consolidato.

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Il vero problema: non confondere export e salute complessiva dell'economia

È proprio a questo punto che occorre evitare una nuova narrazione semplicistica.

Dire che l’Italia è un’economia in declino è troppo facile.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che il record dell’export dimostri che i problemi italiani siano ormai superati.

Le due cose possono essere vere contemporaneamente.

L’Italia può essere una delle economie manifatturiere più competitive del mondo e contemporaneamente avere problemi strutturali importanti.

Può esportare 643 miliardi di euro di merci e avere una crescita della produttività insufficiente.

Può vantare imprese eccellenti e contemporaneamente avere difficoltà nel trasformare le eccellenze in aziende di dimensione internazionale.

Può avere un forte surplus manifatturiero e allo stesso tempo affrontare un problema demografico destinato a ridurre la forza lavoro.

Può essere competitiva sui mercati globali e avere difficoltà ad attirare capitali, talenti e investimenti in misura sufficiente.

Questo è probabilmente il punto più interessante che emerge dai dati.

Il problema dell’Italia non è che non sappia competere. È che non sempre riesce a trasformare la propria capacità competitiva in crescita complessiva del sistema. .


Dalla fotografia alla strategia

Per il mondo delle imprese questa distinzione è fondamentale.

Il record dell’export non dovrebbe essere utilizzato per dimostrare che «va tutto bene». Dovrebbe essere utilizzato per chiedersi perché alcune parti dell’economia italiana funzionano così bene e come sia possibile estendere quelle condizioni al resto del sistema.

La risposta passa probabilmente da alcuni fattori: capitale umano, infrastrutture, ricerca, digitalizzazione, energia competitiva, accesso al credito, capacità di aggregazione delle PMI e soprattutto capacità di crescere dimensionalmente.

Il successo dell’export dimostra infatti che esiste una base industriale sulla quale costruire.

La sfida è trasformare quella base in un sistema più grande, più produttivo e più attrattivo. .


Un Paese meno raccontato di quanto meriterebbe

Il dato del quarto posto mondiale non cancella le criticità italiane. Ma obbliga a correggere una rappresentazione ormai troppo semplice.

L’Italia non è un Paese industrialmente finito.

È un Paese che possiede una delle più robuste piattaforme manifatturiere ed esportatrici del mondo, ma che fatica a tradurre questa forza in una crescita economica complessiva altrettanto evidente.

È una differenza sostanziale.

Per le imprese significa che il futuro non può essere costruito soltanto difendendo ciò che già funziona. Occorre sfruttare la competitività esistente per conquistare nuovi mercati, aumentare la dimensione aziendale, attrarre investimenti e presidiare le filiere strategiche.

Il Mediterraneo allargato, i Paesi del Golfo, il Nord Africa e le economie emergenti possono rappresentare opportunità importanti. Ma per coglierle serviranno infrastrutture, energia, capitale e soprattutto una politica industriale capace di accompagnare le imprese oltre la dimensione nazionale.

Il dato più interessante del 2025, quindi, non è soltanto che l’Italia è diventata quarta nel mondo per export.

È che, dietro quel quarto posto, esiste ancora una macchina industriale capace di competere ai massimi livelli.

La questione per il prossimo decennio sarà capire se il Paese saprà trasformare questa forza silenziosa in crescita, investimenti e nuova dimensione internazionale.

Perché il vero rischio non è raccontare un’Italia troppo pessimista.

È raccontare un’Italia troppo ottimista.

La sfida, per una volta, è semplicemente raccontarla correttamente.



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