L’intelligenza artificiale sta rendendo più difficile trovare lavoro ai giovani? - Piemonte Impresa

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martedì 18 agosto 2026

L’intelligenza artificiale sta rendendo più difficile trovare lavoro ai giovani?

Il paradosso raccontato dal Financial Times: mai così facile candidarsi, mai così difficile distinguersi. E per gli universitari il problema non sarà competere contro l’IA, ma imparare a lavorare meglio insieme all’IA




Nel suo intervento dedicato al rapporto tra intelligenza artificiale, università e futuro professionale della Generazione Z, Claudio Pasqua prende spunto da un articolo del Financial Times per sviluppare una riflessione che va ben oltre il consueto interrogativo sull’IA che “ruba il lavoro”. Il punto centrale, infatti, non riguarda soltanto quanti posti potranno essere automatizzati, ma come cambierà il percorso attraverso il quale i giovani entreranno nel mercato del lavoro e diventeranno professionisti esperti.


Pasqua individua innanzitutto un paradosso. Gli stessi strumenti che apparentemente facilitano la ricerca di un impiego rischiano di renderla più competitiva e impersonale. Grazie all’IA un candidato può preparare rapidamente decine, persino centinaia, di curriculum e lettere di presentazione personalizzate. Ma se tutti possono farlo, le aziende vengono sommerse dalle candidature e reagiscono utilizzando, a loro volta, algoritmi per selezionarle. Nasce così quella che il Financial Times definisce una sorta di “corsa agli armamenti” dell’intelligenza artificiale: macchine che producono candidature destinate a essere valutate da altre macchine.


La riflessione diventa particolarmente interessante quando Pasqua affronta la progressiva perdita di valore delle competenze puramente esecutive. Se chiunque può ottenere in pochi secondi una lettera formalmente impeccabile, la capacità di scriverla non rappresenta più, da sola, un elemento distintivo. Lo stesso ragionamento può essere applicato a presentazioni, traduzioni, ricerche preliminari, analisi e altre attività intellettuali. L’asticella, dunque, non si abbassa: si alza. Al giovane professionista verrà sempre più richiesto di capire il problema, verificare il lavoro prodotto dall’IA, individuare gli errori, prendere decisioni e assumersi la responsabilità del risultato.


È però sul lavoro junior che il pezzo pone forse la questione più importante. Molte attività tradizionalmente affidate ai neolaureati — raccogliere dati, preparare bozze, sintetizzare documenti, realizzare presentazioni — coincidono proprio con quelle nelle quali l’IA generativa sta diventando più efficace. Da qui nasce una domanda decisiva: come potrà un giovane diventare esperto se vengono automatizzate proprio le mansioni attraverso le quali, storicamente, si imparava un mestiere? Pasqua ricorda opportunamente che nessun senior nasce senior: occorrerà quindi ripensare apprendistato, formazione e ingresso nelle professioni.


Interessante anche la posizione sull'università. L'autore considera miope vietare semplicemente ChatGPT agli studenti. La strada dovrebbe essere opposta: insegnare a utilizzare molto bene l'IA e, contemporaneamente, impedire che essa diventi un sostituto del ragionamento. La differenza fondamentale sarà sempre più quella tra ottenere una risposta e comprenderla davvero.

Ne deriva una rivalutazione delle competenze autenticamente umane: capacità critica, creatività, comunicazione, intuito, negoziazione, cultura generale, comprensione del contesto e responsabilità.

 Pasqua immagina quindi professionisti “ibridi”: architetti, medici, avvocati, giornalisti ed economisti capaci di integrare solide conoscenze disciplinari con strumenti intelligenti. L’IA, in questa prospettiva, moltiplica la capacità di chi possiede realmente una competenza, ma rischia di creare soltanto un’illusione di competenza in chi ne è privo.


Il merito maggiore del pezzo è quindi quello di evitare sia il catastrofismo sia l’entusiasmo tecnologico acritico. Il futuro dei giovani non viene descritto necessariamente come peggiore, ma certamente come più mobile, competitivo e caratterizzato dalla necessità di aggiornarsi continuamente. La vecchia carriera lineare potrebbe lasciare spazio a percorsi nei quali sarà necessario reinventare più volte le proprie competenze.


La conclusione è probabilmente anche il messaggio più efficace dell’intero articolo: la sfida educativa non consiste semplicemente nell’insegnare ai ragazzi a utilizzare l’intelligenza artificiale, ma nel formarli affinché conservino qualcosa che abbia valore anche quando le macchine saranno diventate estremamente capaci. Competenza, originalità, giudizio e capacità di continuare a imparare diventano così il vero capitale professionale delle nuove generazioni.


L'articolo completo è stato pubblicato su Gravità Zero: rivista di Comunicazione Scientifica e Istituzionale

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